A GINA, quello che ogni donna dovrebbe essere per un uomo, il suo alter ego


sabato 3 agosto 2013

A ventuno anni

Fuggire, staccare con rabbia, andare via senza bisogno di voltarsi indietro perché, dentro il cervello, il quadro è perfettamente chiaro e definito: le strade, le piazze e le abitudini che vi sono cresciute dentro, i visi e i profumi. Decisi a ventuno anni che era ora di cambiare; è incredibile la facilità dolorosa e animalesca con la quale a quell’età si ritiene di poter costruire il mondo.
Fuggire perché non v’era più nulla da fare, esperimento fallito per me, con un piccolo segreto custodito dentro e una parte di me sempre in bilico e in giro per il mondo, una specie di tenda da erigere in pochi istanti ovunque pensassi fosse utile farlo. Non bastava ovviamente una presa di posizione esclusivamente ideologica, mentale, era necessaria anche una cieca volontà di farsi piacere il nuovo, una forzatura evidente per un mondo e un’esperienza che avrebbe in gran parte contraddetto la mia vita fino ad allora.
Perché, è inutile nasconderlo, ogni passo verso avanti è una scoperta dell’ignoto e lo sappiamo; non basta analizzare e studiare in modo libresco e teorico i nuovi orizzonti, bisogna viverli, mischiarcisi dentro e compromettersi, scegliere e, comunque, abbandonare il vecchio rifugio. E fu esattamente quello che feci: identificai la Milano dei primi anni 70 con il mio fallimento sociale, ritenni il ritorno al Sud un ottimo sistema per riprendere il discorso con me stesso e la mia vita.

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Ciao Gina mia